Il valore dei beni confiscati, il ruolo del Terzo Settore e la necessità di un confronto che costruisca comunità, non divisioni.
I beni confiscati alla criminalità organizzata non sono immobili come tutti gli altri. Sono il simbolo concreto della vittoria dello Stato sulle mafie e della restituzione alla collettività di ciò che era stato sottratto con la violenza e l’illegalità. Per questo ogni danneggiamento, ogni intimidazione e ogni atto illecito nei loro confronti merita una condanna netta e senza esitazioni. Su questo non possono esistere ambiguità. Accanto all’azione delle forze dell’ordine e della magistratura, però, esiste anche un’altra responsabilità: quella di preservare il valore sociale e culturale di questi luoghi.
Negli ultimi anni non sono mancati episodi di tensione, polemiche e contrapposizioni che hanno coinvolto realtà impegnate nel sociale. È una situazione che dovrebbe far riflettere tutti. Se il confronto nasce proprio all’interno del mondo del volontariato e del Terzo Settore, il rischio è quello di indebolire il messaggio che i beni confiscati dovrebbero trasmettere: unità, inclusione, partecipazione e costruzione di comunità. Le critiche sono legittime e, quando sono fondate, rappresentano uno strumento di crescita. Diverso è quando il confronto si trasforma in delegittimazione reciproca, in accuse personali o in uno scontro permanente. In questi casi non vince nessuno e a perdere è l’intera comunità.
Un bene confiscato non appartiene all’associazione che lo gestisce. Appartiene alla collettività. L’associazione affidataria ne è custode e ha il compito di amministrarlo nell’interesse pubblico, promuovendo legalità, inclusione e cittadinanza attiva. La storia italiana dimostra che i beni confiscati hanno subito intimidazioni mafiose, atti vandalici e, talvolta, anche forti contestazioni politiche e istituzionali. Sono situazioni diverse, che non vanno confuse né equiparate. Tuttavia, hanno un elemento in comune: rischiano tutte di indebolire il valore simbolico di quei luoghi.
La riflessione nasce anche dai recenti fatti di Maddaloni, dove il confronto attorno al bene confiscato “Sala Polifunzionale Franco Imposimato e Emporio della Solidarietà e della Legalità” gestito dall’Associazione L’Albero della Vita ha alimentato un acceso dibattito tra realtà del volontariato. Proprio perché quel bene rappresenta un presidio di legalità, aperto ai giovani e impegnato quotidianamente in attività educative, culturali e sociali, oltre che in importanti iniziative di contrasto alla povertà alimentare a sostegno di numerose famiglie, è ancora più importante che il confronto non degeneri in contrapposizioni capaci di dividere il Terzo Settore.
Chi opera nel volontariato dovrebbe essere il primo a difendere quel patrimonio comune, anche quando esprime opinioni diverse o muove critiche. Il confronto può essere duro, ma non dovrebbe mai mettere in discussione il significato stesso dei beni confiscati come presìdi di legalità. La legalità non si misura soltanto con il rispetto delle leggi. Si misura anche con la capacità di costruire comunità, di accogliere il dissenso, di dialogare e di collaborare. Perché quando il volontariato si divide su ciò che dovrebbe unirlo, il rischio è che a vincere non siano le idee migliori, ma le divisioni. E le divisioni, soprattutto sui beni confiscati, finiscono sempre per fare il gioco di chi quei beni non avrebbe mai voluto perderli.
Chi ha scelto di dedicare il proprio tempo agli altri, indipendentemente dall’associazione di appartenenza, condivide una missione comune: promuovere il bene della comunità. Per questo il volontariato dovrebbe sempre essere capace di anteporre il dialogo allo scontro, la collaborazione alla contrapposizione e l’interesse collettivo alle dinamiche personali. Solo così i beni confiscati continueranno a essere ciò che la legge e la società hanno voluto che fossero: non semplici immobili recuperati, ma luoghi vivi di speranza, riscatto e futuro.

