Alberta Levi Temin, e la lezione della memoria: cosa avrebbe detto davanti ai conflitti di oggi?

Ci sono testimoni che continuano a parlare anche dopo la loro scomparsa. Non perché abbiano lasciato profezie sul futuro, ma perché il loro pensiero conserva una forza capace di illuminare il presente. Alberta Levi Temin, appartiene a questa categoria.

Nata nel 1919 in una famiglia ebraica emiliana e cresciuta a Ferrara, visse sulla propria pelle la discriminazione delle leggi razziali del 1938. Giovane insegnante nella scuola ebraica di Ferrara, vide bambini esclusi dalla scuola pubblica e una comunità trasformarsi improvvisamente in bersaglio dell’odio. Durante l’occupazione nazista riuscì a sfuggire alla deportazione e fu testimone diretta del rastrellamento degli ebrei di Roma del 16 ottobre 1943, nel quale molti suoi familiari vennero arrestati e uccisi. Dopo la guerra si trasferì a Napoli, dove dedicò gran parte della propria vita alla testimonianza della Shoah, all’educazione dei giovani e al dialogo tra ebrei, cristiani e musulmani.

Per quasi cinquant’anni Alberta, scelse il silenzio. Fu il diffondersi del negazionismo a convincerla che tacere significava permettere una seconda morte delle vittime. Da quel momento iniziò un instancabile percorso nelle scuole, nelle università, nelle parrocchie e nelle associazioni, raccontando la propria esperienza affinché la memoria diventasse responsabilità civile. “La vita è bella, ma deve essere bella per tutti“, ripeteva spesso, sintetizzando un’intera filosofia dell’esistenza.

Negli ultimi anni della sua vita Alberta Levi Temin, trovò nella provincia di Caserta una comunità particolarmente sensibile al suo messaggio. Nel marzo 2015 partecipò a Teverola al convegno “Cristiani, musulmani ed ebrei dopo la Shoah“, promosso da associazioni del territorio insieme al Presidio Libera di Aversa. Accanto a rappresentanti del mondo cattolico, islamico ed ebraico, ribadì l’importanza del dialogo interreligioso come antidoto all’odio e alle discriminazioni. L’anno successivo l’associazione “Sì Teverola Odv” propose di conferirle la cittadinanza onoraria, riconoscendo il valore della sua testimonianza e del lavoro educativo svolto soprattutto con i giovani. Era il segno di un legame autentico tra una sopravvissuta alla persecuzione e una comunità che aveva scelto di fare della memoria uno strumento di educazione civica. Anche il territorio di Aversa fu parte di questo percorso, attraverso la collaborazione con il Presidio Libera, la diocesi e numerose iniziative dedicate alla memoria della Shoah e alla costruzione di una cultura della pace.

Cosa avrebbe pensato dei conflitti di oggi? Questa domanda richiede prudenza. Alberta, non ha mai potuto esprimersi sugli eventi contemporanei che hanno coinvolto Israele, Gaza e il Medio Oriente dopo il 2016. Tuttavia, dai suoi interventi pubblici emerge con chiarezza un insieme di principi che permettono una riflessione. Anzitutto avrebbe probabilmente rifiutato ogni forma di odio collettivo. Nelle sue testimonianze insisteva sul fatto che la Shoah fosse nata dalla disumanizzazione dell’altro: prima le parole, poi l’emarginazione, infine la violenza. Per questo invitava a non identificare mai un intero popolo con le scelte dei governi o delle organizzazioni armate.

Avrebbe certamente difeso il diritto del popolo ebraico a vivere senza persecuzioni, perché la sua intera esistenza era stata segnata dalla memoria dell’antisemitismo. Allo stesso tempo, il suo costante richiamo al dialogo e al rispetto di “tutte le diversità” lascia immaginare che avrebbe espresso compassione anche per ogni vittima civile, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dall’appartenenza etnica. Questo è coerente con il messaggio che portò per oltre vent’anni nelle scuole italiane.

È plausibile pensare che avrebbe invitato a distinguere tra il legittimo diritto alla sicurezza e la tutela della dignità umana di ogni persona. La sua esperienza le aveva insegnato che la memoria della Shoah non può essere usata per alimentare nuove contrapposizioni, ma deve diventare uno strumento per impedire che l’odio si riproduca sotto qualsiasi forma.

Il vero lascito di Alberta, non consiste soltanto nel racconto della persecuzione subita. Consiste nell’aver trasformato il dolore in educazione, la memoria in dialogo e la sofferenza in responsabilità. Quando incontrava gli studenti non chiedeva di provare pietà per gli ebrei. Chiedeva di imparare a riconoscere il momento in cui una società inizia a considerare qualcuno meno degno degli altri. Era convinta che il razzismo, l’antisemitismo e ogni discriminazione nascessero molto prima delle guerre: nelle parole, nei pregiudizi e nell’indifferenza. È forse questa l’eredità più attuale che lascia anche alle comunità di Teverola, Aversa e dell’intero territorio campano: custodire la memoria non significa vivere nel passato, ma imparare a riconoscere ogni giorno il valore della persona umana, qualunque sia la sua origine, la sua fede o la sua storia.

Se Alberta, potesse oggi rivolgersi alle nuove generazioni, probabilmente non chiederebbe di scegliere una parte contro un’altra. Chiederebbe piuttosto di non perdere mai l’umanità, perché è proprio quando l’umanità viene negata che la storia comincia a ripetere i suoi errori.


			

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *