Dal Giffoni Film Festival, dove tanti ragazzi gli hanno chiesto un autografo, a una chiacchierata davanti a un caffè. Ciro Minopoli racconta il suo sogno, la sua passione per il cinema e l’idea di un luogo capace di avvicinare i giovani alla cultura. Senza un piano B: “Il cinema è il mio futuro”.
Ci sono ragazzi che alla domanda: Cosa vuoi fare da grande? rispondono con un mestiere. E poi ci sono quelli che rispondono con un sogno. Ciro Minopoli appartiene alla seconda categoria.
Qualche sera fa è venuto a trovarci in associazione. Ci siamo seduti per un caffè, senza riflettori, senza telecamere, senza il rumore di una manifestazione; solo una chiacchierata, come tante, qualche ora di conversazione e nessuna necessità di parlare per forza di cinema. Eppure, alla fine, di cinema abbiamo parlato parecchio, perché quando una passione è autentica, prima o poi torna sempre a galla. Ciro è giovane, molto giovane, eppure, seduto davanti a me, dà l’impressione di esserlo un po’ meno. Non per l’atteggiamento, tutt’altro: è educato, garbato, umile. Ha quella cosa sempre più rara che si chiama misura; non si mette in mostra, non ha bisogno di raccontare quanto è bravo, non sembra avere fretta di diventare qualcuno. Forse perché, nella sua testa, qualcuno vuole ancora diventarlo, e questo fa la differenza.
Qualche giorno fa era al Giffoni Film Festival, e lì qualcosa è cambiato. Vedere tanti ragazzi avvicinarsi per una fotografia, chiedergli un autografo, cercare un momento con lui, deve essere stata un’emozione difficile da dimenticare; per chi sogna il cinema, quello è uno di quei momenti in cui il sogno smette, almeno per qualche minuto, di essere soltanto un pensiero e diventa realtà. Ma Ciro racconta quell’esperienza senza atteggiarsi a divo, ed è forse questa la cosa che mi ha colpito di più; perché mentre il mondo dello spettacolo tende a insegnare molto presto a mostrarsi, lui sembra più interessato a capire.
È appassionato di poesia, gli piace la parola, gli interessa il giornalismo quando diventa ricerca, quando non si limita a raccontare ciò che è accaduto ma prova a scavare, a verificare, a mettere in discussione le versioni comode delle cose. E allora il cinema, nel suo caso, non sembra un’isola separata dal resto, è parte di una curiosità più grande: la curiosità verso le persone, le storie, la realtà.
Gli chiedo quale sia il suo obiettivo. La risposta arriva senza esitazioni: il cinema. Gli chiedo se abbia pensato a un’alternativa, nel caso le cose non dovessero andare come immagina. No. Ciro non ha un piano B, potrebbe sembrare incoscienza; invece, ascoltandolo, sembra esattamente il contrario. Sa benissimo che la strada è lunga, sa che il talento da solo non basta, sa che ci saranno porte chiuse, attese, delusioni, provini andati male e momenti nei quali bisognerà chiedersi se ne valga ancora la pena.
Eppure continua a ripeterlo con una sicurezza disarmante: Il cinema è il mio futuro. Non dice “vorrei”, dice “è”: una piccola parola che racconta una grande determinazione.
Poi mi parla di Teverola, e qui il suo sogno diventa ancora più interessante. Vorrebbe un cinema nella sua città, ma non una semplice sala con uno schermo e delle poltrone. Vorrebbe un luogo capace di avvicinare i ragazzi al cinema, all’arte, alla cultura; un posto dove vedere un film possa diventare l’inizio di una discussione, di una scoperta, di una passione, dove un ragazzo possa entrare per guardare una pellicola e uscire con una domanda in più. È un’idea semplice solo in apparenza, perché significa considerare la cultura non come un lusso, ma come uno strumento di crescita di una comunità. E forse non è un caso che sia proprio un ragazzo a ricordarcelo: in un tempo nel quale ai giovani chiediamo spesso soltanto di essere spettatori, Ciro sogna di costruire un luogo nel quale possano diventare protagonisti. Questo mi piace, come mi piace pensare che dietro il giovane attore che al Giffoni veniva fermato dai ragazzi per un autografo ci sia ancora il ragazzo che legge poesia, osserva il mondo, fa domande e sogna una sala cinematografica a Teverola.
Il successo arriverà, se arriverà, con tutte le sue conseguenze; porterà nuove responsabilità, nuove pressioni, nuovi palcoscenici. Ma Ciro mi è sembrato pronto, non perché abbia già tutte le risposte, ma perché ha capito una cosa fondamentale: per crescere bisogna avere ancora qualcosa da imparare. E lui ha tempo, tempo per studiare, per sbagliare, per migliorare, per conquistare ruoli e palcoscenici sempre più importanti; tempo, soprattutto, per diventare l’attore che sogna di essere. In quella sera, però, non ho visto un attore, ho visto un ragazzo: un ragazzo con un sogno enorme, ma con i piedi per terra; un ragazzo che non vuole soltanto arrivare, ma che vorrebbe, un giorno, creare le condizioni perché anche altri possano partire.
Il caffè è finito, la conversazione anche. Il sogno, invece, no, quello è appena cominciato.
E allora, Ciro, tienitelo stretto. Continua a leggere, continua a guardare, continua a fare domande, continua a recitare e, soprattutto, continua a non avere un piano B. Perché qualche volta, nella vita, avere un’unica strada non significa essere imprudenti; significa aver finalmente capito qual è la propria strada. E la tua, Ciro, sembra già avere un nome.
Cinema.