C’è qualcosa che dovrebbe preoccuparci più della singola aggressione, della singola rissa, del singolo ragazzo picchiato per strada. È la normalità con cui, ormai, rischiamo di abituarci alla violenza.
Ogni volta che un ragazzo viene aggredito, che una rissa esplode in strada, che un gruppo si accanisce contro un coetaneo, ci indigniamo. Per qualche giorno discutiamo, chiediamo più controlli, invochiamo telecamere, sicurezza, presenza delle forze dell’ordine. Poi l’attenzione passa e aspettiamo il prossimo episodio.
Ma se continuiamo soltanto a rincorrere gli episodi, rischiamo di non affrontare mai il problema. E il problema non è soltanto la violenza. È ciò che sta prima della violenza. È il modo in cui stiamo educando una generazione.
Anche nell’Agro Aversano, e nella vicina Aversa in particolare, gli episodi recenti che hanno coinvolto giovanissimi, compreso il gravissimo caso del diciassettenne aggredito nei giorni scorsi, devono rappresentare un campanello d’allarme. Non perché il nostro territorio sia necessariamente peggiore di altri, ma perché non possiamo permetterci di considerare questi fatti come semplici incidenti della movida o come inevitabili comportamenti adolescenziali. La violenza non è normale. E non possiamo permetterci di normalizzarla.
La domanda che dovremmo avere il coraggio di porci. Forse dovremmo smettere, almeno per un momento, di chiederci soltanto come punire chi sbaglia e cominciare a domandarci come stiamo formando i nostri ragazzi prima che sbaglino.
È una domanda molto più difficile. Perché obbliga noi adulti a guardarci allo specchio. Famiglia, scuola, istituzioni, associazioni, comunità: nessuno può chiamarsi fuori. E, prima ancora di tutte le altre agenzie educative, c’è la famiglia, che rappresenta il primo luogo nel quale un bambino impara cosa significhino rispetto, limite, responsabilità, ascolto e relazione con l’altro. La famiglia non può essere lasciata sola, ma non può nemmeno delegare completamente ad altri il compito educativo. Non significa giustificare chi commette violenza. Al contrario. Chi aggredisce deve assumersi le proprie responsabilità e le regole devono essere rispettate. Ma una società seria non si limita a punire il comportamento sbagliato: prova anche a comprenderne le cause e, soprattutto, lavora perché quel comportamento non si ripeta.
Ed è qui che entra in gioco l’educazione.
Lo dico volutamente come una provocazione. Perché non torniamo al classicismo? Non perché il passato fosse migliore. Non lo era. Non perché dobbiamo riportare indietro le lancette della storia. Ma perché forse abbiamo bisogno di recuperare alcuni valori che la cultura classica aveva messo al centro della formazione dell’uomo: misura, disciplina, conoscenza, responsabilità, confronto, bellezza, rispetto dell’altro.
Abbiamo trasformato troppo spesso la scuola in un luogo nel quale si apprendono nozioni per ottenere una valutazione. Ma la scuola dovrebbe essere molto di più. Dovrebbe insegnare a pensare. A dubitare, a discutere senza aggredire, a perdere senza sentirsi umiliati, a vincere senza sentirsi superiori, a riconoscere nell’altro una persona e non un nemico.
Ma anche la famiglia dovrebbe tornare a essere, con il proprio esempio quotidiano, un luogo nel quale questi valori vengono praticati e non soltanto proclamati. Perché un ragazzo impara il rispetto anche osservando come gli adulti parlano degli altri, come affrontano un conflitto, come reagiscono a una sconfitta, come rispettano le regole e come gestiscono la rabbia. L’educazione non passa soltanto dalle parole che rivolgiamo ai nostri figli, ma soprattutto dai comportamenti che vedono ogni giorno.
Forse un ragazzo che incontra Socrate non impara soltanto filosofia. Impara che mettere in discussione le proprie certezze è una forma di intelligenza. Un ragazzo che incontra Aristotele può confrontarsi con l’idea della virtù e della responsabilità. Un ragazzo che legge Dante può attraversare il bene e il male. Un ragazzo che studia la tragedia greca può scoprire quanto siano devastanti le passioni quando non vengono governate. Un ragazzo che recita a teatro impara ad ascoltare. Chi fa musica impara disciplina e armonia. Chi pratica sport impara che esistono regole, avversari e sconfitte. Chi fa volontariato scopre che esiste qualcuno oltre sé stesso.
Non sono attività accessorie. Sono educazione. Non basta chiedere più sicurezza Naturalmente servono più sicurezza, controlli, illuminazione, spazi pubblici adeguati e una presenza efficace delle istituzioni.
Ma sarebbe un errore pensare che il problema della violenza giovanile possa essere risolto soltanto con la repressione. La repressione interviene quando il problema è già esploso. L’educazione lavora molto prima. E proprio per questo è più difficile. Perché richiede tempo, richiede persone, richiede risorse. richiede continuità. richiede soprattutto una scelta politica precisa.
Alle scuole non possiamo chiedere di risolvere tutto. Gli insegnanti non possono essere contemporaneamente docenti, educatori, psicologi, assistenti sociali e sostituti delle famiglie. Ma anche alle famiglie non possiamo chiedere di affrontare da sole problemi che oggi hanno una dimensione sociale, culturale e digitale molto più ampia rispetto al passato. Serve una rete. E questa rete deve essere costruita anche dalle istituzioni locali. I Comuni dell’Agro Aversano dovrebbero interrogarsi seriamente sulla possibilità di costruire un vero patto educativo territoriale, coinvolgendo scuole, famiglie, associazioni, realtà sportive e culturali, servizi sociali, parrocchie e forze dell’ordine. Non l’ennesimo progetto destinato a durare qualche mese. Non l’ennesimo convegno sull’emergenza giovanile.
Un programma strutturale. Laboratori teatrali e musicali. Percorsi di filosofia e pensiero critico. Educazione civica vissuta concretamente. Attività sportive. Educazione all’uso dei social. Percorsi sulla gestione della rabbia e dei conflitti. Volontariato. Cittadinanza attiva. Spazi di aggregazione. Incontri con persone che abbiano qualcosa da raccontare. E soprattutto occasioni nelle quali un ragazzo possa sentirsi protagonista, non semplicemente destinatario di un progetto pensato da adulti per altri adulti.
E in questo percorso la famiglia deve essere parte attiva, non soltanto destinataria di richieste o responsabilità. Servono momenti di confronto con i genitori, strumenti per aiutarli ad affrontare le fragilità adolescenziali, il rapporto con i social, la gestione dei conflitti e i segnali di disagio. Perché educare un figlio oggi significa anche imparare a riconoscere ciò che spesso non viene detto: una rabbia che cresce, un isolamento improvviso, una difficoltà a gestire la frustrazione, un bisogno di appartenenza che può trasformarsi nella ricerca di consenso attraverso la violenza.
Forse il vero problema è tutto qui. Abbiamo parlato tanto di istruzione e troppo poco di educazione. Abbiamo riempito i ragazzi di informazioni e forse non abbiamo dato loro abbastanza strumenti per interpretarle. Abbiamo consegnato loro uno smartphone prima ancora di insegnargli a gestire le emozioni. Abbiamo moltiplicato i contatti e impoverito, in alcuni casi, le relazioni. Abbiamo dato enorme importanza all’apparire e troppo poca all’essere.
E allora sì, torniamo al classicismo, torniamo alla cultura, alla filosofia, alla letteratura, alla poesia, al teatro, alla musica, all’arte, allo sport, al volontariato, al confronto, alla fatica, alla responsabilità. Non per tornare indietro. Per andare avanti meglio. Perché una comunità che investe nell’educazione non sta semplicemente organizzando attività per i giovani. Sta costruendo il proprio futuro. E forse è proprio questo che dovremmo chiedere oggi alle istituzioni di Aversa e dell’Agro Aversano: non soltanto cosa intendano fare dopo l’ennesima aggressione, ma cosa intendano fare prima della prossima. Perché quando un ragazzo diventa violento, la domanda non può essere soltanto: chi lo fermerà? Dovremmo avere il coraggio di chiederci: chi gli ha insegnato a non diventarlo? E, soprattutto, quale ruolo abbiamo avuto noi adulti, famiglia, scuola, istituzioni e comunità, nel trasmettergli gli strumenti per affrontare rabbia, frustrazione, conflitto e diversità?
Ed è da questa domanda che dovrebbe cominciare una nuova stagione educativa.