Il ritorno della Festa dell’Unità ad Aversa, dopo oltre dieci anni, offre l’occasione per una riflessione sul ruolo che il Terzo settore dovrebbe avere nella costruzione di una nuova idea di territorio, di comunità e di futuro
Dopo oltre dieci anni la Festa dell’Unità è tornata ad Aversa, riportando in città un appuntamento che appartiene alla storia politica della sinistra e che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe rappresentare anche un momento di confronto, di ascolto e di ripartenza, un’occasione per tornare nei territori, incontrare le persone e rimettere al centro della discussione politica le questioni che riguardano concretamente la vita delle comunità: welfare, giovani, scuola, lavoro, sanità, ambiente, sviluppo e futuro.
Ed è proprio partendo da queste intenzioni che nasce una domanda che merita di essere posta senza pregiudizi e senza trasformarla in una semplice polemica di parte: quale spazio viene realmente riconosciuto a quelle realtà civiche che ogni giorno si occupano delle fragilità sociali, costruiscono relazioni, intercettano bisogni e contribuiscono concretamente alla tenuta delle nostre comunità?
Perché il punto non è soltanto che nel programma della Festa non sia emerso un appuntamento specificamente dedicato al volontariato, ma che, in una discussione sul futuro dell’Agro aversano e della provincia di Caserta, sia mancata una riflessione più ampia sul ruolo che il mondo associativo può avere nella crescita di un territorio, soprattutto in una realtà nella quale le difficoltà sociali, economiche e organizzative hanno spesso richiesto una capacità di risposta che non poteva essere affidata esclusivamente alle strutture pubbliche.
Lo abbiamo visto con particolare evidenza durante la pandemia da Covid-19, quando l’emergenza ha messo a nudo le difficoltà di un sistema pubblico che, in molte circostanze, non è riuscito a rispondere con la rapidità necessaria alla dimensione dei bisogni e quando, accanto alle istituzioni, migliaia di associazioni e volontari si sono mobilitati per portare alimenti e farmaci nelle case, sostenere le persone sole, aiutare le famiglie in difficoltà, raccogliere beni essenziali e garantire quella prossimità che, nei momenti più drammatici, ha rappresentato spesso la prima e più concreta forma di protezione per tante persone.
Non lo hanno fatto per sostituire lo Stato, e non dovrebbe mai essere questo il compito del volontariato, ma perché nelle emergenze una comunità organizzata riesce spesso ad arrivare dove le strutture istituzionali, per dimensioni, procedure o limiti organizzativi, fanno più fatica ad arrivare, dimostrando quanto sia importante avere istituzioni pubbliche forti e, contemporaneamente, una società civile capace di organizzarsi, assumersi responsabilità e collaborare senza perdere la propria autonomia.
La pandemia, da questo punto di vista, ha lasciato una lezione che sarebbe sbagliato dimenticare: istituzioni pubbliche forti e società civile organizzata non sono realtà alternative, ma possono rappresentare due componenti fondamentali della capacità di un territorio di affrontare le proprie fragilità e di reagire alle emergenze, a condizione che ciascuno mantenga il proprio ruolo e che la collaborazione non si trasformi mai in sostituzione delle responsabilità pubbliche.
È proprio per questo che il mondo associativo non può essere considerato soltanto una componente del welfare o una risorsa da attivare quando arriva un’emergenza, perché rappresenta un patrimonio di competenze, relazioni, esperienze e conoscenza diretta delle comunità che nessun ufficio, nessuna statistica e nessun documento programmatico possono restituire completamente: chi distribuisce alimenti intercetta prima di molti altri le nuove forme della povertà, chi lavora con gli anziani conosce la solitudine prima che diventi una statistica, chi opera con i giovani vede quotidianamente disagio, dispersione e marginalità e chi è impegnato nelle emergenze conosce concretamente i punti di forza e le fragilità della macchina pubblica.
Questa conoscenza dovrebbe interessare profondamente la politica, non perché le associazioni debbano diventare parte di uno schieramento o essere utilizzate come strumenti di consenso, ma proprio per il contrario, perché la loro autonomia rappresenta una ricchezza e consente loro di dialogare con le istituzioni, collaborare con esse, avanzare proposte e, quando necessario, criticarne le scelte senza che questo significhi necessariamente entrare in una logica di contrapposizione politica.
È questa autonomia che una politica capace di guardare al futuro dovrebbe valorizzare, perché un’alternativa non nasce soltanto dalle alleanze tra partiti, dai programmi elettorali o dalle candidature, ma anche dalla capacità di comprendere come cambia la società e di costruire risposte insieme a chi quella società la vive ogni giorno, nei quartieri, nelle scuole, nelle periferie, nei luoghi della solidarietà e nelle tante realtà associative che spesso rappresentano il primo punto di contatto tra le persone e la comunità.
Ed è qui che il ritorno della Festa dell’Unità ad Aversa avrebbe potuto rappresentare un’occasione importante, perché se l’obiettivo è davvero tornare nei territori, ascoltare e costruire una nuova stagione politica, il confronto con il mondo associativo e con chi opera quotidianamente nelle situazioni di fragilità dovrebbe essere parte integrante di questo percorso, non per chiedere consenso o per celebrare chi fa volontariato, ma per comprendere i problemi reali, ascoltare esperienze e proposte e costruire un rapporto nel quale ciascuno mantenga il proprio ruolo.
Perché parlare di welfare senza ascoltare chi ogni giorno lo vive sul campo significa rischiare di costruire politiche lontane dalla realtà, così come parlare di giovani senza confrontarsi con chi lavora quotidianamente con loro significa rinunciare a una parte importante della conoscenza del disagio e parlare di povertà senza incontrare chi ogni giorno entra nelle case delle famiglie in difficoltà significa rischiare di fermarsi alla dimensione dei numeri, quando dietro ogni numero esiste una storia, una persona, una famiglia e spesso una richiesta di aiuto che arriva molto prima di qualsiasi intervento istituzionale.
La questione, dunque, non riguarda soltanto la Festa dell’Unità di Aversa, ma una domanda più generale rivolta alla politica e, in particolare, a quella parte che vuole rappresentare un’idea progressista della società: quanto è disposta ad ascoltare e valorizzare le energie civiche che già operano nei territori e che, spesso senza visibilità, contribuiscono ogni giorno a tenere insieme le comunità?
Per troppo tempo, in molti casi, il mondo associativo è stato coinvolto a valle delle decisioni, quando invece potrebbe avere un ruolo molto diverso, contribuendo alla lettura dei bisogni, alla progettazione delle risposte e alla costruzione di una comunità più coesa, perché il volontariato non è soltanto assistenza, ma anche partecipazione, cittadinanza attiva, inclusione, educazione, tutela dei beni comuni e capacità di creare legami là dove le istituzioni, da sole, non sempre riescono ad arrivare.
E proprio per questo non dovrebbe diventare il cerotto sulle inefficienze dello Stato, né essere chiamato a colmare stabilmente le lacune delle istituzioni, ma dovrebbe poter collaborare con strutture pubbliche più forti, ciascuno nel rispetto del proprio ruolo e della propria autonomia, costruendo una relazione nella quale il volontariato non sostituisce la responsabilità pubblica e la politica non pretende di sostituirsi alla società civile.
Questa può essere una delle chiavi per costruire una vera alternativa: non sostituire le istituzioni con il volontariato, ma mettere in relazione le istituzioni con una società civile capace di proporre, partecipare e assumersi responsabilità, riconoscendo che la qualità di una comunità non si misura soltanto dalla capacità dei suoi amministratori di elaborare programmi, ma anche dalla possibilità dei cittadini di partecipare alla loro costruzione.
Perché il futuro di un territorio non si costruisce soltanto nelle sedi dei partiti, nelle istituzioni o durante le campagne elettorali, ma si costruisce nelle scuole, nei quartieri, nelle associazioni, nei luoghi della solidarietà e attraverso quelle migliaia di persone che, spesso senza visibilità e senza chiedere nulla in cambio, ogni giorno impediscono che qualcuno rimanga indietro.
Se si vuole costruire una vera alternativa, queste energie non possono essere lasciate ai margini, non perché debbano scegliere da che parte stare, ma perché la politica dovrebbe avere il coraggio di ascoltare chi, nei momenti più difficili, ha già dimostrato di saper tenere insieme la comunità e di poter offrire una lettura della realtà che nasce dall’esperienza quotidiana e non soltanto dai documenti programmatici.
Il ritorno della Festa dell’Unità ad Aversa può quindi essere non soltanto una ripartenza per un partito, ma un’occasione per interrogarsi su quale rapporto si voglia costruire con quella parte della società che ogni giorno, lontano dai riflettori, prova a rendere il territorio più solidale, più partecipato e più capace di affrontare le proprie difficoltà.
Perché, in fondo, un’alternativa non si costruisce soltanto nei partiti: si costruisce anche dal basso, insieme alle persone che ogni giorno si prendono cura della propria comunità, e senza questa energia nessun progetto di futuro può dirsi davvero completo.