Una conversazione durante la distribuzione degli alimenti mi ha fatto riflettere su ciò che significa davvero essere volontari nel Terzo millennio.
Nel tardo pomeriggio, mentre stavamo distribuendo gli alimenti del Banco Alimentare, ho scambiato quattro chiacchiere con una signora elegante che personalmente non conosco, ma che conosceva molto bene Teverola e, soprattutto, le dinamiche degli aiuti alimentari che vengono elargiti nel nostro paese; sapeva delle famiglie, delle difficoltà, delle modalità attraverso le quali vengono sostenute e conosceva, insomma, una parte della realtà sociale che spesso rimane nascosta agli occhi di chi non ha occasione di frequentarla.
È stata una conversazione semplice, quasi casuale, ma mi ha lasciato una riflessione che va oltre quel momento e che, mentre continuavo a distribuire gli alimenti, mi ha portato a guardare ancora una volta il volontariato dagli occhi di chi lo vive ogni giorno, perché il volontariato, visto da fuori, può sembrare fatto soprattutto di progetti, iniziative, raccolte, numeri e fotografie, mentre visto da dentro è fatto prima di tutto di persone, delle loro storie, delle loro difficoltà e delle relazioni che lentamente si costruiscono.
Dietro un pacco di alimenti, infatti, non c’è soltanto ciò che contiene, ma una famiglia che magari sta attraversando un periodo difficile; dietro una raccolta di farmaci non c’è soltanto una confezione consegnata, ma una necessità che qualcuno non riusciva a soddisfare; dietro un’attività con i ragazzi non ci sono soltanto ore di lavoro, ma la possibilità di incontrare una persona giovane e aiutarla a scoprire che anche il proprio tempo, le proprie capacità e la propria sensibilità possono diventare qualcosa di utile agli altri.
È questa, forse, la prima cosa che ho imparato vivendo il volontariato: non si tratta soltanto di fare qualcosa per qualcuno, ma di fare qualcosa insieme a qualcuno, perché il volontariato non dovrebbe mai creare una distanza tra chi aiuta e chi viene aiutato; la vita ci insegna che le condizioni possono cambiare e che la fragilità non appartiene a una categoria precisa, perché oggi possiamo essere noi ad avere qualcosa da offrire e domani potremmo essere noi ad aver bisogno di una mano.
Per questo considero il volontariato molto più della semplice beneficenza: è una forma concreta di partecipazione alla vita della comunità, nella quale ciascuno mette a disposizione ciò che può, tempo, competenze, energie ed esperienza, e proprio il tempo è forse la risorsa più preziosa che un volontario possa offrire, perché il tempo non si recupera e ogni ora dedicata agli altri è una scelta personale.
Chi vive il volontariato sa anche che non è tutto semplice, né tutto perfetto, perché ci sono difficoltà, stanchezza, incomprensioni, problemi organizzativi e momenti nei quali viene spontaneo chiedersi se ne valga davvero la pena; raccontare soltanto la parte bella significherebbe costruire un’immagine del volontariato che non corrisponde alla realtà, mentre il volontariato autentico non ha bisogno di essere perfetto, ha bisogno di essere onesto.
E proprio perché è un’attività rivolta agli altri, non può essere improvvisato: essere volontari non significa essere dilettanti, servono preparazione, organizzazione, capacità di lavorare insieme, conoscenza delle regole e disponibilità a imparare continuamente, perché la professionalità non cancella la gratuità dell’impegno, ma la rende più responsabile.
Allo stesso tempo, però, c’è qualcosa che nessuna formazione può insegnare completamente: la relazione umana, quella che nasce quando incontri una persona, ascolti la sua storia e comprendi che, anche solo per un momento, quella storia è diventata parte della tua; puoi organizzare un servizio, utilizzare la tecnologia, comunicare attraverso i social, costruire una rete e raggiungere centinaia di persone, ma non puoi sostituire lo sguardo di chi ti racconta una difficoltà, la stretta di mano di chi ti ringrazia, il sorriso di un ragazzo che scopre di poter essere utile oppure la presenza silenziosa di chi rimane accanto a una persona semplicemente perché, in quel momento, esserci è la cosa più importante che può fare.
Ecco perché il volontariato del Terzo millennio deve essere capace di cambiare senza perdere la propria anima: la società è cambiata, sono cambiati i bisogni e sono cambiate anche le persone che si avvicinano alla partecipazione, soprattutto i giovani, che non dovrebbero essere considerati soltanto destinatari delle nostre iniziative o nuove energie da coinvolgere, ma persone capaci di portare idee, linguaggi e sensibilità differenti.
Non possiamo chiedere alle nuove generazioni di appassionarsi al volontariato se continuiamo a proporre loro soltanto le forme attraverso le quali lo abbiamo conosciuto noi; dobbiamo essere capaci di ascoltarle e, qualche volta, anche di lasciarci cambiare da loro, perché il volontariato potrà diventare più digitale, più organizzato, più aperto alle reti e alle nuove tecnologie, ma non potrà mai rinunciare alla relazione, proprio perché nella relazione trova la sua ragione più profonda.
Forse dovremmo anche cambiare il modo in cui misuriamo il valore di ciò che facciamo: non soltanto quante iniziative abbiamo realizzato, quanti pacchi abbiamo distribuito o quante persone abbiamo raggiunto, ma quante relazioni siamo riusciti a costruire, quante persone abbiamo aiutato a sentirsi meno sole, quanti giovani abbiamo accompagnato verso una nuova esperienza e quante volte siamo riusciti a trasformare una semplice attività in un’occasione di incontro, perché una comunità non cresce soltanto quando aumenta il numero delle attività che realizza, ma quando aumenta il numero delle persone che si sentono parte di quella comunità.
Ed è forse questa la vera forza del volontariato: ricordarci che non esistono soltanto “gli altri”, perché esistiamo noi, dentro una stessa comunità, con le nostre fragilità, le nostre possibilità e le nostre responsabilità.
La signora incontrata quel pomeriggio, probabilmente senza rendersene conto, mi ha ricordato proprio questo: conosceva Teverola e conosceva una realtà sociale che spesso rimane nascosta dietro le porte delle case, e quelle poche parole scambiate durante una distribuzione ordinaria mi sono sembrate, alla fine, tutt’altro che ordinarie, perché il volontariato vive anche di questi incontri casuali, di persone che incrociamo per pochi minuti e che riescono a farci guardare con occhi diversi ciò che facciamo ogni giorno.
E allora penso che il volontariato del Terzo millennio debba ripartire da una parola semplice: esserci, esserci quando nessuno guarda, quando non ci sono fotografie, quando il lavoro è faticoso e quando il risultato non è immediato, non per sentirsi migliori degli altri, ma perché si è compreso che una comunità migliore non può essere costruita soltanto da qualcun altro, perché la si costruisce anche attraverso le nostre scelte quotidiane.
Alla fine, chi vive il volontariato lo scopre quasi sempre: pensa di regalare tempo agli altri e si accorge che quel tempo gli torna indietro sotto forma di incontri, amicizie, consapevolezza e storie che rimangono; il ruolo passa, il progetto finisce, l’iniziativa si conclude, ma restano le persone che abbiamo incontrato e ciò che, insieme, siamo riusciti a costruire.
Forse è proprio questo il volontariato del Terzo millennio: esserci per gli altri, senza smettere di sentirsi parte degli altri.